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Anno 4 - n. 1/2008
5 - 11 gennaio


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SCORTA per ARCIVESCOVO








Settimanale
registrato presso
il Tribunale di Milano
al numero 848
in data 15.12.2004

Direttore
Responsabile
Claudio MAZZA
PRIMO PIANO
Bozzetto di Soresina in concorso per i “Manifesti per la missione” 1957
In alto, l'arcivescovo Montini parla ai sacerdoti, in preparazione alla Missione
Ricordando la Missione di Milano

UN EVENTO MAI PENSATO PRIMA

L’intuizione dell'arcivescovo Montini: la missione non deve interessare solo le aree rurali o zone limitate, ma per una volta viene estesa a tutte le 110 parrocchie della metropoli milanese. Nelle sue parole, la presentazione dell’evento.

di Antonio Airò

Presentando nel giugno del 1957 la missione ai predicatori, che saranno ‘mandati’ nelle varie parrocchie di Milano, l’arcivescovo Montini riprenderà il tema dei lontani: la maggior parte della popolazione (ciò stringe il cuore e rende insonne chi ha la responsabilità delle condizioni religiose di una città come questa) non ha la fede viva, non la preghiera, non la conoscenza del catechismo, non ha l’impegno della vita cristiana... Vi sono immensi strati di popolazione che non hanno alcuna relazione con la vita religiosa. Troppi ambienti hanno perso il più piccolo segno di religiosità.
Di questi lontani una responsabilità non piccola ricade sulla stessa Chiesa. E ciò induce l’arcivescovo ad una richiesta di perdono _ risuonerà più volte nel corso del suo episcopato e troverà la sua più alta espressione nella lettera ai lontani sulla quale avremo occasione di tornare più diffusamente. In questi discorsi di Montini però il realismo, evidente nel descrivere la situazione religiosa della città, non sfocia mai nel pessimismo. Anche quando usa toni accorati nel denunciare le contraddizioni dei vicini e dei lontani che abitano in quella che trent’anni dopo il cardinal Martini avrebbe definito benedetta/maledetta città. C’è piuttosto la constatazione, la presa d’atto di un ritardo, se non di una rinuncia, della Chiesa milanese al suo compito proprio di evangelizzazione; compito che deve tornare a svolgere evitando ogni proselitismo fine a se stesso, ogni richiesta di privilegio, ogni confusione con la società civile e politica. Tutto questo richiede però di guardare alla realtà ecclesiale milanese quale essa è con la speranza che deve essere propria dei cristiani.

Proprio perché ha ben presente la complessità di una realtà complessa, come è quella di Milano , che è pur sempre viva e vitale si comprende perchè, il 6 gennaio 1955, nel suo primo discorso ai trentamila fedeli che affollano il Duomo e la piazza, fuori da ogni convenienza dovuta alla circostanza, Montini parli di una vita cattolica minacciata di restringimento e di assedio…. di chi vuole sottrarle, con le barricate del laicismo, la sua benefica irradiazione nelle varie manifestazioni sociali, non escluse quelle più direttamente impegnate al dominio della morale. Minacciata di soffocamento e di inaridimento dalla indifferenza religiosa con cui la febbre della vita materiale, economica e edonistica paralizza gli spiriti moderni, e assopisce fino a spegnere in essi il sentimento delle idealità superiori e la scienza dei veri destini dell’uomo. Minacciata di annullamento dall’esplosione cieca e fanatica dell’ateismo moderno, che, armato di pretesa logica e scientifica , tanto nega i principi supremi dell’essere e del pensiero, da convertire in idoli disperati e crudeli i frammenti di verità che ha rubato al tempio della Sapienza divina.

E’ uno scenario indubbiamente con molte ombre e anche in taluni aspetti allarmante, quello che Montini presenta al ‘popolo di Dio’ ambrosiano che lo acclama e lo festeggia. Ma questo aspetto, pur importante, non gli fa dimenticare gli obiettivi grandi che riguardano il suo impegno pastorale e che pongono ancora una volta nella vita della Chiesa _ e quella di Milano non fa eccezione _ l’inesausto problema dei rapporti con la modernità. Non a caso l’arcivescovo indica tre segmenti della realtà milanese, quelli più significativi, e che debbono essere da lui privilegiati perché su di essi poggia il rinvigorimento essenziale della fede cristiana: il mondo del lavoro che qui mi circonda e che forma il vanto e la prospettiva di Milano, viva e moderna; i poveri (tutti coloro che hanno bisogno di aiuto e di conforto); e infine i lontani. Cioè i non cristiani, gli anticlericali, gli atei. Ma anche i dubbiosi della validità del nostro credo, gli ingolfati nei loro affari, i diffidenti della Chiesa e dei preti...gli accecati e incatenati da partiti avversi a Cristo, alla Chiesa, alla nostra civiltà. Sono tante e diverse le categorie dei lontani.

Ma anche tra i fedeli sono tanti e diversi i modi di vivere e testimoniare la fede. Un anno dopo, il 6 gennaio 1956, durante il pontificale in Duomo per la festa dell’Epifania, Montini traccia una sorta di bilancio del suo primo anno intenso di magistero e di ministero contrassegnato da una fitta serie di incontri, di riunioni, di interventi che gli hanno consentito di meglio sentire il polso, e non solo, dell’arcidiocesi. Commentando il brano evangelico dell’adorazione dei Magi afferma che la venuta di Cristo determina un movimento spirituale del mondo che non avrà più fine...La venuta di Cristo dovrebbe provocare un dinamismo di pensiero e di vita da scuotere la posizione d’inerzia dei vicini e dei lontani. L’immobilismo non è più giustificabile.

Quello che l’arcivescovo indica nella sua omelia è un orizzonte sconfinato e carico di speranza , per i cristiani. Ma esiste anche _ e l’arcivescovo ha potuto toccarla con mano _ una realtà opaca, grigia, contraddittoria sul piano ecclesiale. La pigrizia religiosa domina la nostra età. Il mondo di giorno in giorno sembra diventare meno sensibile al religioso, afferma. Questa situazione, che denuncia l’incoerenza di non pochi cristiani indifferenti ed ignari, porta a registrare come parecchi lontani sono invece pensosi e solleciti. E possono essere questi lontani i preferiti Le parole dell’arcivescovo non si prestano ad equivoci. La preferenza di cui parla non emargina chi già appartiene alla comunità ecclesiale.
Ma come ci possono essere cristiani tiepidi, anche tra i lontani la resistenza o il rifiuto al messaggio di Cristo ha più motivazioni. Riprendendo quanto aveva già affermato nel suo discorso d’ingresso a Milano, anche in questa festa dell’Epifania specifica , ed è quasi un elenco minuzioso ,che lontani sono quanti vivono fuori della sfera religiosa, e pensano d’esserne liberati, o esclusi, o incapaci di varcarne la soglia; sono pensatori che si costruiscono sistemi ideologici, presumendoli impermeabili al raggio cristiano; sono uomini pratici che credono poter contenere la realtà nei limiti di calcoli economici , estranei ai valori spirituali; sono politici che pensano dover addirittura difendersi dalla sovranità della religione, o che credono interpretare la storia e l’ordine sociale con principi dogmatici punto definitivi.

Il collegamento tra i due discorsi programmatici, quello del 6 gennaio 1955 e quello dell’Epifania successiva, fa risaltare l’invito ripetuto di Montini a riscoprire, nel dialogo con tutti e in particolare con i ‘lontani’, l’attualità del Vangelo e insieme la gioia che può venire a tutti (vicini, indifferenti, lontani, purchè uomini di buona volontà e in ricerca) dal conoscere il Padre. Quasi a sorpresa, ma tale non è perché appare pensata e programmata fin dal giorno del suo ingresso, l’annuncio. Faremo le Missioni. Le faremo, a Dio piacendo, nell’avvento dell’anno venturo 1957. Le faremo simultaneamente, per le 110 parrocchie della nostra città. Le faremo allo scopo di ringiovanire la nostra coscienza religiosa, di rinnovare l’espressione adeguata, di far rifiorire la nostra secolare fedeltà cristiana in forme autentiche di costume sano e forte, di risolvere le difficoltà che la vita moderna solleva per una pratica religiosa seria e convinta, e di infondere in ogni nostra maniera presente di vivere lo spirito trasfigurante di Cristo.

L’ansia pastorale di Montini si traduce in questo annuncio che supera d’un colpo _ di qui la sua novità e la sua originalità _ un modo consueto di fare le missioni. Queste appartengono da sempre alla storia della Chiesa perchè sono sempre state ritenute come un momento forte di rinascita delle comunità cristiane. Ma tradizionalmente le missioni erano confinate nelle aree agricole, o tutt’al più interessavano una parrocchia o un gruppo ristretto di parrocchie, anche se negli anni ‘50 esperienze di missioni a più vasto raggio si erano svolte a Bologna, Brescia, Mantova, in Francia. Adesso questa predicazione straordinaria riguarda una metropoli che vive profonde trasformazioni e che fa della modernità il suo punto di orgoglio. Lo stesso arcivescovo è consapevole di questa audace ‘novità’. Forse la nostra è la più grande missione che sia stata predicata finora nella Chiesa cattolica, dacchè la Chiesa esiste, dirà alla conclusione di questo grande appuntamento religioso.

La Missione che Montini annuncia nel Duomo intende coinvolgere in un discorso unitario tutte le comunità ecclesiali di una città in espansione, ma che rivela una religiosità in declino con un crescere di indifferenza e anche di ostilità. Per questo un avvenimento simile deve essere seriamente preparato. La conclusione è in una chiamata all’impegno diretto e concreto di tutta la Chiesa che è in Milano. Ma l’originalità della Missione, così come la vede l’arcivescovo, non era percepita in tutte le sue forti e profonde motivazioni dall’opinione pubblica, milanese sia laica sia cattolica. Il Corriere della sera del 7 gennaio non va oltre l’aspetto cronistico. L’arcivescovo annuncia per il 1957 un ciclo missionario nelle 110 parrocchie cittadine: questo il titolo del quotidiano di via Solferino. Generico anche quello dell’Italia, il giornale della curia, del quale è direttore monsignor Ernesto Pisoni: Prepariamoci alle sacre missioni. Dove l’aggettivo sacre sembra indicare un’incomprensione, anche se giustificata dal modo tradizionale col quale erano state fino ad allora svolte (compresi certi aspetti ‘terrificanti’ presenti nei discorsi di non pochi predicatori), delle ragioni di fondo che avevano spinto l’arcivescovo a pensarle e poi ad annunciarle.
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