i media al capezzale del Papa buono
la salma di Giovanni XXIII accolta dai fedeli in Piazza San Pietro
 
la sera della morte, la gente legge le edizioni straordinarie
di Giancarlo Zizola

Alla fine di maggio del 1963 Papa Giovanni si sentì mancare le forze. Aveva 82 anni, era malato e lo sapeva fin dal novembre precedente, quando il suo radiomessaggio ai popoli del mondo, e specialmente a Kruscev e a Kennedy, era riuscito a scongiurare in extremis la catastrofe nucleare per la crisi dei missili sovietici a Cuba.
Lo avevo visto il 7 marzo, giorno in cui aveva ricevuto il Premio Balzan per la pace e aveva concesso udienza al genero di Kruscev, Alexei Adjubei accompagnato da Rada, la moglie. Anche allora mi sembrava stanco. Un pallore di avorio antico restituiva al suo viso la trasparenza di una scultura classica.
Ero fra i pochi giornalisti selezionati per assistere a questo avvenimento, un espediente escogitato per giustificare agli occhi della curia romana l’udienza al direttore delle «Izsvestia», il primo esponente del Cremlino a varcare il Portone di Bronzo. Un’udienza che aveva incontrato opposizioni nei circoli atlantici e anche in Vaticano. Il Papa ne aveva sofferto. Lasciò scritto in un “Appunto” destinato alla Segreteria di Stato: «Deploro e compiango quanti si prestano a giochi innominabili». Nel suo spirito di fede, egli era giunto anche a dire che queste trame avverse le lasciava cadere (Ignosco et dimitto).
Ma era anche uno storico di valore e aveva raccomandato nello stesso documento: «Tutto devesi con diligenza annotare». Era un invito all’attenzione, particolarmente prezioso per uno storico, ma anche per un giornalista, che dieci anni dopo avrebbe pubblicato L’Utopia di papa Giovanni, il primo libro ricco di documenti inediti sui retroscena di quello scontro al vertice.
Quella mattina ero stato l’ultimo dei giornalisti ammessi alla sua presenza: «Come vede, ora devo andare, mi aveva detto, perché di là mi aspettano i russi. Vorrei poter continuare il colloquio con lei. Lo vede bene - aveva aggiunto, con una punta d’ironia e allargando le braccia come per rassegnazione - questa è la sovranità, la libertà e il potere del Papa!». Neanche con i giornalisti il “Papa buono” aveva avuto vita facile. «Time» lo aveva scelto per la copertina di “uomo dell’anno” nel 1962 e i rotocalchi di tutto il mondo lo avevano reso popolare per la sua semplicità e il suo stile umano, così diverso dalla ieraticità di Pio XII.
Tuttavia, l’enciclica sulla pace, il documento più importante dei suoi cinque anni di regno, era stata presentata dal «Corriere d’Informazione» col titolo sarcastico: ”Falcem in terris”. Lo avevo seguito nelle domeniche dell’ultima Quaresima nelle visite alle borgate popolari di Roma, al Quarticciolo, alla Borghesiana, a Ostia, accolto ovunque dall’abbraccio spontaneo della povera gente. Avevo registrato i suoi discorsi improvvisati, in piedi sulla macchina scoperta, dagli altari di chiese traboccanti di folla, avevo visto la perplessità dei prelati del seguito, sapevo che il tumore allo stomaco stava per ucciderlo e non finivo di chiedermi dove trovasse la fonte della pace che irradiava il suo volto sempre più pallido.
Rileggo ora le note del mio diario di quella primavera del 1963, quando vegliammo il Papa morente dalla sala stampa del Vaticano, mentre in piazza san Pietro affluivano silenziose e meste folle di cristiani e non cristiani, uomini di ogni religione o di nessuna religione, a salutare un uomo che aveva amato tutti, senza conoscere alcuna barriera, e difeso l’idea dell’unità del genere umano e del “bene comune universale” da servire nell’ordine politico come in quello religioso.
Gli dovettero fare trasfusioni di sangue. Egli fece chiamare al suo capezzale il Segretario di Stato Cicognani per dettargli alcune estreme volontà, ma le fonti ufficiali del Vaticano continuavano a minimizzare la gravità del tracollo e lasciavano credere in un “progressivo miglioramento” della salute del Papa. Neanche l’annullamento della consueta benedizione papale dalla finestra d’angolo dell’ultimo piano per la folla di piazza san Pietro, domenica 26 maggio, riuscì a smuovere la politica informativa del Vaticano.
Soltanto il 31 maggio il dottor Luciano Casimirri raggiunse di corsa i giornalisti nella Sala Stampa, che aveva i suoi tavoli in una palazzina attigua all’«Osservatore romano»: «È grave! È grave! - gridava - Aggravamento improvviso contro ogni aspettativa». Ci fu un istante di smarrimento, in tutti. Poi la corsa ai telefoni, frasi monche, voci urlanti, dettature agli stenografi di là del filo, chiamate dei direttori dei giornali. Mezz’ora dopo gli strilloni gridavano per le vie di Roma le prime edizioni straordinarie: “Il papa morente”. L’agonia durò tre giorni, durante i quali giornalisti di tutto il mondo si stiparono nel locale di via del Pellegrino, che di colpo appariva insufficiente.
Si toccava visibilmente la risonanza planetaria della figura del Papa, che aveva convocato il Concilio per la riforma della Chiesa e lavorato per creare fiducia alla gente, riaccendere la fiaccola della speranza, relativizzare le frontiere che dividevano il mondo: a tutti, e non solo ai cattolici, egli aveva mandato la Pacem in terris. Inviati di giornali russi e giapponesi, americani e africani mescolavano le loro curiosità professionali al caotico intrecciarsi di culture e testate laiche e cattoliche, anglicane, protestanti ed ebraiche, comuniste e anticomuniste.
Era un’ora di felice confusione delle lingue, alla vigilia della festa di Pentecoste. Ingorghi di traffico paralizzavano via della Conciliazione, pellegrini, turisti e romani accorrevano in Piazza San Pietro, si concentravano davanti al Portone di Bronzo, chiedendo a voce alta notizie alle guardie svizzere. In Sala Stampa regnava l’agitazione, ma anche la commozione.
Il direttore dell’«Osservatore Romano», Raimondo Manzini, giunse tra i giornalisti direttamente dalla stanza dell’agonia, pallido in volto, gli occhi rossi. Tentò di allontanare i microfoni e le telecamere che lo stringevano: «Scusate, non faccio un discorso». Cominciò a raccontare finalmente la semplice umana verità di un Papa morente, l’aggravamento notturno, il rito degli oli santi, la preghiera del Papa dinanzi al Santissimo portatogli dal confessore. Allora Manzini scoppiò in lacrime. Scese un improvviso silenzio, nella ressa dei giornalisti.
Il direttore del giornale vaticano si nascose il pianto tra le mani, trovò alla cieca il fazzoletto, si asciugò gli occhi: «Scusatemi», singhiozzava. Quella sera silenziosamente i romani confluirono a Piazza San Pietro, a vegliare il Papa. Tantissimi i giovani. Nessun rumore di clacson dalle vetture in sosta, a fari semispenti. I giornalisti anch’essi in veglia, in Sala Stampa, a seguire i bollettini della Radio Vaticana: «Il volto è placido e sereno, non mostra nessuna sofferenza... La forte fibra del Papa resiste... Il termine dell’agonia può verificarsi ad ogni momento... Il respiro si è fatto più affannoso».
Molti inviati dei giornali erano stravolti dalla fatica, eppure resistevano in piedi, o si sdraiavano sotto i tavoli per un po’ di riposo. Moriva un Papa del quale si diceva che non erano i giornalisti ad averlo reso popolare, era stato lui a rendere popolari i giornalisti che di lui si erano occupati. La nenia del Christus vincit cullava quella notte dalla Radio Vaticana. Un religioso sgranava una corona del rosario. Un altro prete giornalista fumava la pipa.
I giornalisti delle agenzie si contendevano i pochi telefoni, ci si passava thermos di caffè, bottiglie di whisky e di birra, all’alba qualcuno, mosso a pietà, portò un cesto di pane fresco dal forno vaticano vicino, e bottiglie di latte. Si intrecciavano scommesse sull’ora del decesso, cadde sul bivacco la mia proposta di un breve silenzio, subito dopo l’annuncio, prima di precipitarsi ai telefoni, ma nessuno sembrò approvarla. Solo l’inviato di «Life» mi strinse la mano: «Questo Papa ha umanizzato la morte», mormorò.
Tuttavia il modo con cui i media seguirono la morte di Giovanni XXIII era, per opinione generale, ispirato dal rispetto e, in molti casi, dal senso di una sincera ammirazione, che scavalcava le barriere regali o sacrali del passato, come pure le pregiudiziali ideologiche. Anche questo era il segno di una maturazione dei rapporti fra Chiesa e società moderna che il Concilio aveva cominciato a tessere con nuovo filo.
Le frontiere tra credenti e non credenti si annebbiavano. Lo conferma anche la testimonianza di un giornalista, Ugo d’Ascia (vaticanista del TG2 in quegli anni), che aveva un culto sincero per Papa Giovanni. C’era anche lui durante la veglia di quella notte. A voce alta si professava ateo, e insieme un ammiratore sincero di Papa Giovanni. Non diversamente da don Milani egli temeva che fosse appena un lampo di luce, passato per sbaglio «nel santo buio agghiacciante delle curie».
Una luce che svaniva troppo presto. E quanto impietosa e talora sdegnata era la sua sentenza, tanto più disperata affiorava in lui la nostalgia per quella figura di Chiesa che lo aveva affascinato, fino a lambire la sua fede laica agli inizi degli anni Sessanta, quando era stato fra i primi intellettuali socialisti a intuire il valore della svolta giovannea, rompendo con l’assolutezza della pregiudiziale anticlericale e massonica del socialismo italiano.
Parlando di queste cose con lui avvertivo il disagio diffuso nelle coscienze, e non solo della nostra, per la povertà di speranza che accompagnava la potenza politica della Chiesa, la sua sproporzione dinanzi ai desideri di infinito e agli infiniti, ma implacabili interrogativi di credenti e non credenti. Più di una volta Ugo citava come sua la protesta di Albert Camus: «Prenderò sul serio la Chiesa quando riuscirà a parlare il linguaggio umano e vivrà la vita magnifica e miserabile vissuta dai più». Monsignor Capovilla mi fece conoscere alcune delle ultime parole di Giovanni raccolte sul letto di morte, non erano ancora note se non in una cerchia ristretta di persone.
Rileggendole ora, mi sembra di riconoscere in quell’estremo legato il senso del suo carisma, nella storia della Chiesa. Ma vi trovo anche una risposta alla sete dei non credenti: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, noi siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici. A difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica.
Le circostanze odierne, le esigenze degli ultimi cinquant’anni, l’approfondimento dottrinale ci hanno condotto dinanzi a realtà nuove, come dissi nel discorso di apertura del Concilio. Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio (...). È giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne le opportunità e guardare lontano».
Quella morte, la sera del 3 giugno 1963, fu un evento luminoso, universale. La fece rivivere 25 anni dopo Padre Davide Maria Turoldo nelle strofe di “Quella sera”, una ballata per la prima feria di Pentecoste, quando Giovanni aveva varcato appena la Notte del Fuoco e «tutti piangevano di gioia e di dolore, tutti improvvisamente orfani e tutti a dire: sì, il genere umano è uno il mondo può essere uno sì, ogni terra può essere in pace... E intanto il mondo è di nuovo ferito e più neppure alla porta del tempio attende Papa Giovanni, tu padre del mondo, uomo di fede, ritorna... ritorna almeno a dirci: ‘poiché non ho né oro né argento... io vi dico: alzatevi e riprendete il cammino».

( Il Segno - giugno 2003)

 
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