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Anno 4 - n. 1/2008
5 - 11 gennaio


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Settimanale
registrato presso
il Tribunale di Milano
al numero 848
in data 15.12.2004

Direttore
Responsabile
Claudio MAZZA
ARTE & CULTURA
 
 


IN ARCHIVIO

In ricordo di don Giulio Madurini

UN SACERDOTE VICINO AGLI ULTIMI,
UN POETA CHE PARLAVA AGLI ARTISTI

La sua è stata una vita ricca d’emozioni e di misteri.
Intellettualmente vicino a Paolo VI e a Jean Guitton,
fu amico di artisti e filosofi,
in una continua riflessione sull'arte sacra
nel mondo contemporaneo.
E a lui fu affidato il segreto del luogo
in cui era sepolta Evita Peron.
E' morto sereno mentre una nuova primavera cominciava,
ultimo saluto di una natura che aveva profondamente amato.

di Daniel Balditarra
Segretario regionale per l’Italia della Compagnia di San Paolo

Giulio Madurini nacque il 16 di febbraio del 1921 a Sesto e Uniti, un paesino arroccato fra le colline verdi del Piemonte, studiò filosofia e più tardi psicologia, laureandosi all’università di Padova, si appassionò all’arte e fu amico di artisti. Scultori e pittori frequentavano la sua casa dov’era abitudine, ancora a tavola dopo la cena, ascoltare don Giulio (così lo chiamavamo tutti) recitare con voce calma le sue poesie che spaziavano dai temi religiosi all’amore dell’uomo – per una donna o per la natura – sino alla solitudine di sentirsi piccoli in un universo infinito.

Madurini era un sacerdote cattolico, è vero: ma si poneva più come un uomo che dialogava col mondo, avendo un’idea molto originale della libertà orientata fondamentalmente alla ricerca di se stessi e all’accettazione serena della realtà; odiava profondamente le sovrastrutture, si definiva un cristiano e rigettava l’etichetta di cattolico. “Una volta ho dovuto scegliere” diceva “se essere sacerdote della chiesa o sacerdote di Cristo”. Madurini cercò d’imitare il rispetto che Gesù aveva per la persona umana, per i pubblicani, le prostitute, i peccatori; dialogando con lui, ognuno poteva rivelarsi per quel che era senza temer censure né giudizi negativi, perché era un uomo moderno che ha scelto di morire con la modernità.

Amico di Paolo VI, del filosofo francese Jean Guiton, degli scultori Messina, Bodini, Monfrini, Gavito e di tanti altri, don Giulio vedeva nell’arte la grandezza dell’uomo. Secondo lui, l’arte era l’espressione più elevata dell’essere con le sue miserie, le sue fragilità ma anche le sue grandezze; l’opera dell’artista parla col tempo, racconta in modo poetico il passare dell’uomo attraverso la storia e stabilisce un dialogo con le generazioni future, con le persone sensibili, coi poveri di spirito che sono gli unici (come insegnava Maritain) in grado di scoprire il vento soave e delizioso che porta con sé i profumi dell’essere eterno e infinito.

Giulio Madurini aveva ereditato dai superiori della Compagnia di San Paolo il segreto della tomba di Eva Peron. Dagli albori degli anni ’60 sino all’inizio dei ’70, don Giulio fu l’ultimo guardiano della “portabandiera dei descamisados”. Erano gli anni della morte del generale Aramburu, quando i montoneros chiedevano la restituzione della salma e migliaia di leggende si diffondevano nel paese; solo lui conosceva il luogo esatto che per 14 anni custodì il corpo imbalsamato della donna che fu – e ancora è – un mito per la storia argentina.

Molto si scrisse sulla storia dell’esilio del cadavere di Evita. Tomas Eloy Martinez, nel suo celebre romanzo “Santa Evita”, descrisse don Giulio come un sacerdote che assomigliava a Pio XII, capace di condurre un autobus carico di suore. Don Giulio era un uomo alto, con occhi azzurri e profondi, ma il suo aspetto aveva poco in comune con il pastore angelico; quanto alla guida, era negato anche sulle semplici automobili a causa del suo carattere distratto, per la capacità d’osservare e di pensare che spesso allontanava la sua mente dal corpo, e non era neppure un uomo che frequentasse le monache: era più un sacerdote che amava le persone lontane dalla chiesa e dalle istituzioni.

Nel 1973, a Madrid, Giulio Madurini consegnò a Peron il corpo della sposa , lo vide piangere quando aprirono il feretro e rivide, dopo tanti anni, il volto di Evita morta. Don Giulio posò la mano sulla spalla del generale; “L’amavo molto, davvero” disse il caudillo asciugandosi le lacrime “sono stato molto felice con lei”. Più tardi, nel salotto della Porta di Ferro, mentre bevevano una birra assieme, il sacerdote e il militare parlarono del Piemonte, si scambiarono parole in dialetto e ricordarono un’Italia che già allora non c’era più, s’abbracciarono e promisero di tornare a vedersi. Dopo pochi mesi, Peron rientrò nel suo paese dove morì nel 1974.

Gli ultimi anni di Madurini furono afflitti dalla cecità. Viveva in una bella villa del ‘700 alle porte di Milano, amava dire che vedeva “in un altro modo”, che vedeva l’anima delle cose; gli piaceva che qualche amico gli leggesse poesie, toccava con le sue grandi dita le sculture per scoprire nelle forme lo spirito dell’artista che le aveva create. Quando occasionalmente lo incontravo, mi parlava dell’Argentina (paese che aveva visitato tante volte), di tanto in tanto canticchiava un tango e rideva, diceva che la vecchiaia è un’esperienza di vita monastica, ti abbandonano lentamente gli amici che attraversano il tunnel della morte e tu resti solo coi ricordi. Soltanto in quella solitudine scaturisce, autentico, il desiderio di rincontrarsi e dell’eternità.

APPROFONDIMENTI

Don Giulio Madurini ricorda Floriano Bodini
 
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