Redazione|Contattaci|Archivio|Newsletter

Anno 4 - n. 1/2008
5 - 11 gennaio


index_INCROCINEWS
PRIMO PIANO
ATTUALITĄ
CHIESA & DIOCESI
MILANO & LOMBARDIA
ARTE & CULTURA
SPORT & SPORT
TEMPO LIBERO
MEDIA & TV
BARABITT
OSSERVATORIO LEGALE
PERCORSO PASTORALE
TELENOVA
MESSA VIGILIARE
CATECHESI QUARESIMALI
Archivio_2010
Archivio 2009
Archivio_2011
SCORTA per ARCIVESCOVO








Settimanale
registrato presso
il Tribunale di Milano
al numero 848
in data 15.12.2004

Direttore
Responsabile
Claudio MAZZA
ARTE & CULTURA
 


Branduardi chi è



IN ARCHIVIO

Angelo Branduardi in concerto nel Duomo

«SONO UN BAMBINO DI MILLE ANNI»

Abbiamo avvicinato il cantautore
durante le prove per lo spettacolo "Francesco",
rappresentato lo scorso 5 aprile in cattedrale,
nell'ambito dei quaresimali

sul tema dell'Incontro con l'altro.
Qualche accenno al suo rapporto col sacro,
con il Poverello d'Assisi, e con un "topolino"
che tutti, ma proprio tutti, conoscono...

di Luca Frigerio

Il pomeriggio è grigio, uggioso di una pioggia sottile. Dalle vetrate entra a fatica nel Duomo una luce opaca, quasi fumosa. Angelo Branduardi prova il violino, in piedi sul primo gradino del presbiterio . I bassi vanno bene, gli acuti un po’ meno. Accenna una ballata su una lirica di Yeats – «…il mio paese è Kiltartan Cross, la mia gente i suoi contadini, nulla di tutto ciò può renderli più o meno felici… » - e poi scuote la testa ridendo, per quel lento propagarsi delle note che attraversa la cattedrale come un’eco ripetuta.

Stasera andrà in scena il suo Francesco, lo spettacolo che Branduardi ha ideato nel 2000 in occasione del Giubileo e su commissione dei francescani, ora riproposto nell’ambito delle meditazioni quaresimali sul tema dell’incontro con l’altro. E nessuno, come il Poverello d’Assisi, ha saputo insegnare l’arte amorevole dell’accoglienza…

Non è un musical - «che ormai lo fa anche mia zia», sbotta sarcastico Branduardi - ma una lauda, un sacro teatro di piazza che tanto piaceva a Francesco e ai suoi. «Uno spettacolo», dice, «bidimensionale: c’è un trovatore, che sono io, il quale parla, racconta, canta, suona, legando i vari episodi; e poi c’è la gente, che recita, che mima, che balla, che ascolta…».

Beh, non a caso da sempre lei è stato chiamato
“il menestrello”…
Sì, e oggi mi piace. Per anni, però, ho pensato che non fosse corretto, perché quando si è giovani e sciocchi si vuole sempre essere qualcosa di diverso da quello che si è. Ora io inizio i miei concerti con una citazione di un anonimo trovatore tedesco dell’anno Mille, che dice: «Io sono il trovatore: sempre vado per terre e paesi, ora sono giunto fin qui, lasciate che prima che me ne vada, canti». Valeva per lui e, mille anni dopo, vale per me

Oggi è importante raccontare delle storie?
Non lo so… Io l’ho sempre fatto.

Ma san Francesco chi è per lei?
Non basterebbero giornate intere per spiegarlo… All’inizio, quando mi fu chiesto di fare questa cosa da parte dei francescani, io ero perplesso. Mi sembrava di dover fare della musica devozionale, e questo proprio non mi va: basta sentire certi cori… Per fortuna questo nuovo papa ascolta Bacj, e certe cose non le vuole più sentire. Poi ho scoperto il personaggio Francesco, che per me come per la maggior parte degli italiani era uno un po’ strano, ma che in realtà è una figura di una modernità e di una complessità enorme. Io posso citare solo una cosa, che non a caso ha dato il titolo al disco, che è stato un grande successo che nessuno mai avrebbe pensato: «Infinitamente piccolo».

Cioè?
Se si prende un foglio di carta e lo si taglia a metà, poi ancora a metà, e così via, in teoria non si finirà mai di avere pezzi, sempre più piccoli. Questa è una intuizione che viene attribuita a Francesco e io sono assolutamente d’accordo. E’ una rivoluzione che avvenne ottocento anni fa, dal punto di vita spirituale e della vita, e significa che tutto ciò che è immenso e infinito non è fuori di noi, ma è dentro di noi. E poi, incredibile ma vero, nel Novecento è diventata la base della fisica quantistica.

Che rapporto ha con il sacro?
Io diffido sempre delle fedi a prova di bomba. Anche perché se uno viene dotato della fede da quando nasce e non ha mai dubbi, che merito ha? Nessuno… La fede è un cammino difficile, pieno di dubbi, è una cosa molto complessa… Resta il fatto che io faccio musica da quando avevo cinque anni, e la musica nasce assolutamente, completamente dal senso del sacro: i primi musicisti sono gli sciamani e gli stregoni... Se uno non capisce che la musica è oltre, che non è qui e ora, ma che è da un’altra parte e in un altro momento, allora non la può capire… Ecco, io sono qui nel mio piccolo a riproporre un fato veritiero, chi vuole ascoltare lo faccia. La musica è una forma religiosa.

E’ per questo che la sua musica ha accenti spirituali così evidenti?
Non saprei, io scrivo così, di getto… Qualcuno ha detto che gli artisti, quando creano, fanno quello che non sanno. Poi segue il lavoro, certo, il ripensamento, ma l’intuizione artistica è, e resta, qualcosa di misterioso.

Nelle sue composizioni si avverte come una contrapposizione, fra elementi di grande semplicità e altri di profonda saggezza…
Proprio così. Perché io sono come un bambino di mille anni. Ma è normale, perché i musicisti sono dei “picchiatelli”, sono tutto e il contrario di tutto, sono lupi e agnelli, santi e diavoli. C’è sempre un qualcosa di combattuto, di non risolto, nella mente del musicista…

Alcune sue canzoni sono conosciute e cantate da tutti, basta pensare al famoso “topolino” di Alla Fiera dell’Est. Ne è orgoglioso?
Lo dico senza falsa modestia: sono già passato alla storia, senza transitare per la cronaca. I bambini cantano quella canzone, anche se non sanno chi è Branduardi. Questo vuol dire che è già entrata nel patrimonio culturale. “Temo” che durerà molto: generazioni di bambini verranno “rovinate”, perché questa storia del topolino si trasmetterà di padre in figlio… Ovviamente mi fa molto piacere.

Lei dice che i suoi concerti sono come un bicchiere vuoto…
Sì, lo dicevo già trent’anni fa, ma può darsi che sia ancora vero oggi. I miei spettacoli sono un involucro, perché io chiedo partecipazione, non considero lo spettatore uno a cui vendere qualcosa. Se non c’è un desiderio di riempire di significato quello che io dico, non servirebbe a niente…

Oggi, guardandosi attorno, cosa la emoziona di più?
Sempre e solo la musica. Ma quella occidentale, per essere chiaro e sincero.

E cosa la preoccupa maggiormente?
Ho un cahier de doleance che non finisce più… Quindi preferisco dire che non mi preoccupa assolutamente niente.
 
Versione per stampa  Versione per stampa
 
Copyrights 2003 - 2007 ITL - tutti i diritti riservati