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Anno 4 - n. 1/2008
5 - 11 gennaio


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Settimanale
registrato presso
il Tribunale di Milano
al numero 848
in data 15.12.2004

Direttore
Responsabile
Claudio MAZZA
ARTE & CULTURA
 


IN ARCHIVIO

In ricordo di Marco Mantovani

RITRATTI DI VITA VISSUTA

Lo scultore milanese è morto lo scorso 6 settembre.
Aveva 84 anni, ma mostrava ancora
la verve di un giovanotto,
con tanta voglia di fare e di creare.
L'avevamo incontrato poco prima dell'estate,
quando ci aveva raccontato della sua arte,
dell'amicizia con i colleghi Manzù, Messina e Minguzzi,
e dei suoi progetti,
rivolti soprattutto agli artisti esordienti.
Lo ricordiamo attraverso le impressioni

di quella nostra ultima chiacchierata.

di Luca Frigerio


Lo si intuisce anche da come plasma la creta, da come toglie e aggiunge, da come osserva il divenire della sua ultima creazione, che per Marco Mantovani tutto è lieve. Ogni cosa ha la sua importanza, senza dubbio. Ogni giorno, chissà, avrà la sua pena. Ma, sembra dirci quel suo sguardo sornione, perché angosciarsi? Perché macerarsi in sterili inquietudini? E poi, via, un po’ di fiducia, un po’ di ottimismo…

Ottantaquattro anni all’anagrafe, classe 1921. Davvero? Davvero. In tuta, felpa colorata e scarpe da tennis, il “giovanotto” Mantovani è all’opera, nel suo atelier milanese. Una piramide di mani puntate verso il cielo. «È una preghiera», ci spiega soppesando una sgorbia. «La mia preghiera, perché queste mani sono le mie mani… Un po’ come se avessi fatto un autoritratto…».

Alle pareti bozzetti, disegni, sculture grandi e piccole, di bronzo e di marmo, alcune in terracotta. Donne, per lo più danzatrici, dalle gambe snelle e nervose, di sensuale, vitale eleganza. Come i cavalli indomi e liberi. Ma anche pugili suonati, corpi abbattuti, volti a metà, metafore facili di esistenze problematiche, in cui si lotta, ma non sempre si vince. In un angolo, un uomo che sta per cadere all’indietro, e che tuttavia s’attacca con forza ostinata a due bastoni. «La speranza e la carità», indica l’artista con gesto eloquente. «Presto lo metteremo ad Arona, vicino al San Carlone…».

Al Sacro Monte di Varese, invece, si lega la genesi artistica di Mantovani. Fu quassù infatti, che Marco, sfollato di guerra appena ventenne, cominciò a tenere tra le mani martello e scalpello, sotto la guida di un premuroso maestro, Ludovico Pogliaghi. Suo padre, ragioniere con uno studio ben avviato, assistette a quel noviziato con una certa perplessità. Eppure l’arte non era sconosciuta in casa Mantovani: almeno la “settima”, quella del cinema, dato che la madre, bellissima, era stata una delle protagoniste della stagione dei “telefoni bianchi”.

Poi l’incontro con Messina e Manzù, ovvero i più grandi. Dal primo Mantovani ha assorbito il senso per la figura, dal secondo ha attinto gli umori di una realtà incarnata nella materia. Tutti e tre attorno alle fiamme e ai forni della medesima fonderia, la “venerata” Battaglia. E insieme a loro Minguzzi, «un vero amico», ricorda Marco con un briciolo di commozione e affetto sincero.

L’arte di Mantovani è immediata, comunicativa, la senti a pelle. «Eppure avevo cominciato con l’astratto», confessa il nostro. «Andava di moda, allora. Anche a Brera, ricordo, non ti insegnavano altro. Ma il figurativo è più nella mia natura, me ne sono reso conto col tempo. E puoi dialogare con tutti, senza inutili mediazioni o forzature interpretative». «L’artista», aggiunge con un’ombra di divertita polemica, «deve creare anche per chi non è particolarmente vicino al mondo dell’arte… E poi, poche storie: il figurativo è più impegnativo! Bisogna avere conoscenze anatomiche, avere senso delle proporzioni… Non c’è spazio per l’improvvisazione!».

In viale Padova, dove l’artista lavora, non c’è solo il suo laboratorio. In questa periferia ancora industriosa di Milano sorge un’autentica fondazione, con spazi espositivi, sale per incontri, ambienti in cui sono raccolte un gran numero di opere rappresentative del ventesimo secolo italiano. «L’ho fatto soprattutto per i giovani artisti», racconta Mantovani, «per dare loro un luogo dove confrontarsi e conoscersi, e farsi apprezzare. Perché oggi è difficile, molto difficile. Nella Milano del dopoguerra, fino ancora agli anni Sessanta, c’era voglia di fare, di creare, anche nell’arte. Noi artisti ci trovavamo a Brera o altrove, gli esordienti insieme a quelli già affermati, e ci si scambiava delle idee, si cresceva insieme…». E oggi? «Oggi è diverso. Gli artisti se ne stanno chiusi nelle loro botteghe, snobbando il lavoro degli altri. Con il risultato che è un bel po’ che non si vedono cose interessanti in giro…».

Ma Marco Mantovani, per certi versi, è un artista fortunato. Per sopravvivere, lo ammette lui stesso, non ha mai avuto bisogno di vendere. Non ha mai dovuto sottomettersi ai capricci dei committenti o piegarsi a lavori non graditi e imposti da altri. «La mia creatività ha sempre potuto esprimersi liberamente», afferma soddisfatto. «Anche se… Chissà, proprio questo forse è stato il mio limite…», riflette con una lucida modestia affatto comune, a dire il vero, in questo ambiente. «Se fossi stato costretto a impegnarmi di più, forse avrei potuto raggiungere risultati migliori, forse avrei affinato maggiormente la mia arte…». Ma poi sorride, e scuote appena le spalle. «Il mio motto», conclude, «è: “non prendersela”».


LA FONDAZIONE MANTOVANI, LA SUA EREDITA'
 
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