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Anno 4 - n. 1/2008
5 - 11 gennaio


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registrato presso
il Tribunale di Milano
al numero 848
in data 15.12.2004

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Responsabile
Claudio MAZZA
ARTE & CULTURA

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Luciano Erba,
(prima parte)
A colloquio con il poeta Luciano Erba

QUEL CHE CONTA
E' IL RAGGIO DI LUNA

Dubbi, certezze, speranze per l'uomo d'oggi.
Con due "bussole": la bellezza e l'umiltà.
Continua, in questa seconda parte,
il nostro dialogo con una delle voci poetiche
più significative del nostro tempo.



di Luca Frigerio

Professor Erba, spesso nei suoi scritti emerge la difficoltà a orientarsi nella vita. Ma c’è una “bussola” per l’uomo d’oggi?
L’umiltà può essere una valida Stella polare, ma sono in pochi a seguirla. È bene allora lasciarsi guidare dall’intuito. Quanto a orientamento, inoltre, credo, senza voler sembrare un “devozionista”, che gli uomini di fede abbiano, per così dire, un sostegno in più, quello dello Spirito Santo. L’importante, comunque, è non smettere mai di cercare.

Quanto conta per lei la speranza?
Molto. Ma la mia speranza è sempre accompagnata da una forma sapienziale, come nel Qohelet.

Ma nella vita prevalgono i dubbi o le certezze?
I dubbi sono sempre con noi: in questo mi ritrovo nella pagine di sant’Agostino sulla fede e sul dubbio. Ma per “tirare avanti” abbiamo bisogno di certezze. Certezze a volte relative, valide cioè in un certo momento della nostra vita, e poi magari messe in discussione. Quel che non è accettabile, invece, è il “tentennare”: lo considero un segno di opportunismo, di furberia.

«Quel che conta è il raggio di luna», leggiamo in una sua lirica. È forse un invito a “cogliere l’attimo”?
Direi piuttosto un invito a cogliere il valore della bellezza, che è un valore assoluto, divino. Il «raggio di luna» è qualcosa di bello, di emozionante, che vale più delle banalità quotidiane. C’è sempre un tocco ironico nelle sue opere.

Cos’è per lei l’ironia?
È una chiave di lettura della realtà, uno strumento di conoscenza. Soltanto uno sguardo ironico mi permette di vedere le cose nella loro essenza, nella loro verità.

Con partecipazione?
Con partecipazione e senza presunzione alcuna. In alcuni casi, inoltre, l’ironia mi difende anche da un eccesso di coinvolgimento. Ma non è timidezza, né desiderio di fuga: è solo che mi occorre un certo distacco per dare il giusto peso alle cose. «Sogno» e «segno» sono termini che ricorrono spesso nelle sue poesie.

Forse per un continuo mescolarsi tra illusione e realtà?
Credo che la mia poesia si muova bene nella dicotomia sogno-realtà. E questo perché la poesia, ne sono convinto, vive di ambiguità. Un’ambiguità che passa dal poeta al lettore, il quale a sua volta, nelle poesie, è libero di trovare certezze o passare a una nuova ambiguità.
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