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Arte & Cultura
A Milano
Santa Maria Beltrade: due chiese per oltre mille anni di storia da riscoprire
Una devozione ininterrotta lega i due edifici sacri, il primo di antichissima origine, il secondo notevole esempio di arte religiosa del primo Novecento.
24.01.2011
testo e foto di Luca FRIGERIO

Santa Maria Beltrade a Milano: un’unica titolazione per due chiese. Della prima, d’antichissima origine, rimane solo il nome in una piazza nei pressi di via Torino, demolita negli anni Trenta del secolo scorso nell’ambito del riassetto urbanistico del centro. La seconda, sorta a nord-est di piazzale Loreto, ricorderà nei prossimi mesi gli 85 anni dalla posa della prima pietra. Eppure non è solo la medesima denominazione a legare queste due diverse chiese erette a distanza di oltre un millennio in due luoghi differenti della città, ma la fede stessa di una comunità che si riconosce in una storia ininterrotta.

“Beltrade” è nome che rimanda all’epoca carolingia, ma secondo alcuni storici il tempio potrebbe risalire perfino ai Longobardi, ed essere quindi uno dei primi luoghi di culto consacrati a Maria nel capoluogo lombardo. In ogni caso la chiesa fu da sempre particolarmente legata alla solennità della Purificazione della Vergine, popolarmente nota come festa della Candelora, che si celebra quaranta giorni dopo l’Epifania. Dalla fine del XVI secolo questo rito venerando si svolge fra le navate del Duomo, come ancor oggi avviene, ma in origine, secondo la testimonianza di diverse cronache medievali, il vescovo si recava proprio presso la chiesa di Santa Maria Beltrade, da dove tornava in processione verso la cattedrale fra le luci delle candele e portando l’immagine della Madonna dell’Idea. Una suggestiva celebrazione testimoniata da un espressivo bassorilievo romanico (attualmente conservato nelle collezioni d’arte del Castello sforzesco), e che costituisce una delle pochissime opere d’arte sopravvissute dell’antica chiesa milanese.

Radicalmente trasformato nel corso dei secoli, il sacro edificio venne “sacrificato” alle moderne esigenze viabilistiche e il titolo di Santa Maria Beltrade fu dunque trasferito a una nuova chiesa che sarebbe sorta nella periferia settentrionale di Milano, fra viale Monza e lo scalo ferroviario della Centrale, alle porte di Greco, in un’area in rapida espansione edilizia. Il progetto fu fortemente voluto dal cardinale Achille Ratti e poi condotto a termine durante gli episcopati di Tosi e di Schuster.

L’attuale chiesa di Santa Maria Beltrade, così, si propone come uno dei più interessanti esempi di architettura religiosa del primo Novecento in terra ambrosiana. La sua realizzazione, infatti, venne affidata alla neonata Scuola Beato Angelico, che, fondata da monsignor Giuseppe Polvara nel 1921, celebra quest’anno i suoi primi novant’anni di attività. La struttura stessa della chiesa, di forma basilicale, rigorosa ed essenziale, quasi ad aspirare alla purezza delle origini cristiane, presenta già tutti i principi ispiratori di quel giovane quanto determinato istituto d’arte milanese: «Il mistero deve essere rappresentato, deve divenire una “azione” che fa una “presenza”», osservava infatti lo stesso fondatore.

Una “filosofia” che trova piena espressione proprio nella vasta decorazione pittorica dell’edificio, dove il gusto liberty d’inizio secolo si fonde con un rigore di stampo bizantino, le moderne linee Art Decò si rielaborano nelle forme della tradizione paleocristiana, in un insieme che risulta suggestivamente evocativo, con attenzione meticolosa al dettaglio e alle valenze simboliche di ogni ornamento.

Merito, in particolar modo, di Ernesto Bertagna ed Eliodoro Coccoli, all’epoca esponenti di spicco della Scuola Beato Angelico e artefici, nella nuova chiesa di Santa Maria Beltrade, di alcuni dei dipinti più riusciti. Come quello che ricopre la parte absidale dell’altare maggiore, con il Gesù inchiodato non alla Croce “consueta”, ma ad rigoglioso salice piangente a indicare l’Albero della Vita, dalle cui radici scaturiscono sette fonti (che rappresentano simbolicamente i sette sacramenti), mentre tutt’attorno il Creato rifiorisce a vita nuova.

Un patrimonio d’arte sacra, questo di via Oxilia, davvero da valorizzare (come peraltro si è cominciato a fare con i restauri degli anni Novanta) e certamente da riscoprire.
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